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Fonte: Il corriere delle alpi

A Belluno l’Europa discute dell’acqua

di Toni Sirena

A Belluno l’Europa discute dell’acqua

Toni Sirena

Progetto Marie Curie, in settembre centoventi esperti a confronto sul «caso Piave»

In settembre Belluno diventerà la capitale europea dell’acqua. Arriveranno in città 120 ricercatori da tutta Europa, selezionati tra i vari paesi della Ue, per la prima delle quattro conferenze internazionali previste da un progetto destinato a mettere a fuoco gli obiettivi europei per una gestione sostenibile delle risorse idriche.

Si tratta dell’unico progetto di Conferenze Marie Curie finanziato (con 360 mila euro) dalla Commissione europea sui problemi che i diversi stati membri stanno affrontando per l’applicazione della Direttiva Quadro sull’acqua. Ad organizzare i quattro incontri che metteranno a confronto scienziati di diversi paesi con i livelli locali di governo dell’acqua sarà il Dipartimento di Scienze ambientali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, insieme alla Provincia di Belluno.

Al programma partecipa il Centro internazionale Civiltà dell’Acqua, diretto da Eriberto Eulisse, che ha coinvolto come partner 12 università e centri di ricerca europei.

Il programma delle conferenze sarà centrato sulle politiche pubbliche di gestione integrata dell’acqua e sugli impatti socio-economici che ne derivano, mettendo a confronto le diverse esperienze in Europa. «E’ di fatto l’avvio del piano strategico sul fiume Piave», spiega il presidente della Provincia di Belluno, Sergio Reolon.

Il Piave, dunque, diventa una volta di più un problema europeo. Il Piave è in assoluto il fiume più «artificializzato» d’Europa. Le portate naturali sono sparite, il bacino si è riempito di dighe, sbarramenti e condotte forzate che imbrigliano l’acqua e la deviano rispetto al corso naturale. Ci sono volute lunghe battaglie, negli anni scorsi, per «restituire» al Piave almeno il «deflusso minimo vitale», che tuttavia rimane sempre in forse. Da anni la delibera dell’Autorità di bacino sul deflusso minimo è «sperimentale», e comunque quasi ogni anno rispunta l’intenzione di derogare al «minimo deflusso» e di stabilirne uno ancora più «minimo». La Provincia, che ha presentato un ricorso al Consiglio di Stato, sostiene che il «minimo vitale» o è minimo o non è, e dunque stabilirne un altro (un minimo al di sotto del minimo) è arbitrario.

Se la portata naturale del fiume è di 60 metri cubi al secondo, i Consorzi irrigui ne prelevano in estate 100. I quaranta che mancano vengono prelevati dai laghi alpini, prosciugandoli con pesanti conseguenze locali. Ma se a valle vale il diritto di avere una sufficiente quantità d’acqua nel fiume, questo deve essere valido anche per le popolazioni a monte. La questione del governo dell’acqua è dunque delicata e importantissima.

Di tutto questo si parlerà nella serie di incontri scientifici, il primo dei quali si svolgerà in settembre a Belluno. Questa prima Conferenza avrà come tema l’utilizzazione dell’acqua come fonte di energia alternativa e rinnovabile, le dighe per l’energia idroelettrica e il ripristino fluviale nelle aree montane d’Europa.

Nell’autunno del 2008 si svolgerà il secondo incontro, questa volta a Venezia, dedicato alla Direttiva Quadro 2000/60 e all’analisi comparata della sua applicazione nei diversi stati europei. La terza Conferenza è prevista per il 2009 e tratterà degli usi sostenibili delle acque di falda per l’agricoltura e del problema della salinizzazione delle acque di falda nelle zone costiere (il «cuneo salino»). Infine, nel 2010, si discuterà del cambiamento climatico con i nuovi modelli per la gestione delle acque e il ripristino degli ecosistemi, in relazione agli obiettivi comunitari di salvaguardia della biodiversità.

Sullo sfondo ci sono tre temi decisivi. Il primo riguarda appunto i cambiamenti climatici e il riscaldamento del pianeta provocato dall’emissione dei gas-serra, primo fra tutti il Co2 (biossido di carbonio o anidride carbonica) prodotto dalla combustione di fonti di energia fossili (petrolio soprattutto, ma non solo) sulle quali si basa la nostra economia. La comunità scientifica internazionale (nessuno scienziato escluso) concorda che il risaldamento c’è e che siamo in una situazione di emergenza. Le conseguenze saranno, tra non molti anni, la desertificazione, la siccità, lo scioglimento dei ghiacciai, la riduzione delle calotte polari, l’innalzamento del livello del mare con la sommersione di città costiere (Venezia innanzitutto), l’innalzamento della quota delle nevicate. Il secondo problema, connesso con il primo, riguarda l’esaurimento delle riserve di petrolio e la conseguente urgenza di sviluppare altre fonti energetiche che non emettano gas-serra.

L’energia idroelettrica acquista dunque una maggiore importanza come fonte di energia «pulita» (nel senso che non produce gas serra). Ha tuttavia un forte impatto sull’ambiente perchè implica la costruzione di dighe, lo stravolgimento della «naturalità» dei fiumi (come il Piave), la scomparsa degli ecosistemi.

Il terzo tema riguarda direttamente il futuro dell’Europa. Quale conseguenza avrà sulla gestione dell’acqua l’impostazione liberista dell’Europa, ovvero i vincoli assoluti posti all’intervento pubblico? Come si può conciliare «questa» Europa con la dichiarazione secondo cui, come si legge in una nota della Provincia di Belluno, «pianificare e gestire le risorse idriche in modo integrato e sostenibile significa considerare l’acqua dolce come elemento essenziale per la vita che, al di là del suo ruolo geofisico, geochimico e biologico, possiede valori sociali, economici e ambientali irriducibili e fra loro strettamente connessi»? Insomma, quale spazio (ma ci sarà spazio?) avrà in questo contesto il ruolo dello Stato, degli enti pubblici, della programmazione, se l’Europa, fin dall’inizio, nella stessa sua Costituzione, si affida totalmente allo “spirito regolatore” del mercato?