Notizie dal mondo
Una delegazione per l'acqua in Palestina

Palestina

#Water4Palestine, Valle del Giordano il granaio della Palestina

 

La Valle del Giordano è una striscia di terra lunga 120 chilometri, dal lago Tiberiade al Mar Morto, lungo le rive dell'omonimo fiume. Una vallata rocciosa semidesertica dai paesaggi mozzafiato, con un sottosuolo ricco di acqua. Una condizione che ha permesso la presenza di insediamenti umani fin in tempi remotissimi.

La Valle del Giordano è la parte più estesa dell'area C, ovvero sotto il controllo militare e civile israeliano, di tutta la West Bank. Il 40% del territorio è stato dichiarato zona militare mentre un altro 50% è occupato dalle colonie (37 che ospitano poco più di 9 mila persone), le comunità di palestinesi e beduini ridotte alla precarietà e ai margini.

Lungo la strada che taglia in due la Valle sterminate piantagioni, soprattutto di palme di datteri. Terre sottratte ai palestinesi e in mano a un basso numero di coloni, latifondi dove lavora a nero e senza diritti la mano d'opera palestinese, pagati anche un quarto della paga base prevista dalla legislazione israeliana. Diverse le agenzie per il rispetto dei diritti umani che hanno denunciato negli anni l'utilizzo di mano d'opera minorile nella raccolta e nell'imballaggio.

Prima dell'occupazione del 1967 vivevano in questa striscia di terra più di mezzo milione di palestinesi, ora ne sono rimasti circa 50 mila. Scacciati dalla guerra, costretti ad andarsene dall'impossibilità di sopravvivere senza terra e senza l'acqua per far crescere le piante e abbeverare le greggi. Le prime terre ad essere confiscate quelle al ridosso del Giordano, poi l'espansione lungo la pianura ad occupare le terre più fertili. Al momento gli insediamenti agricoli occupano 54 mila dunum (1000 metri quadri), a fronte dei 14 mila coltivati dai villaggi palestinesi. Una nuova norma permette ai coloni di arrivare fino a 110 mila dunum.

Raed, 27 anni nato e cresciuto qui da una famiglia rifugiata nella Valle del Giordano dalla Nakba, ci guida ai pozzi d'acqua gestiti da Mekorot (l'azienda idrica israeliana), che ha prosciugato i pozzi prima utilizzati dai beduini e dai campi dei palestinesi per portare l'acqua fino alla zona di Ramallah. Le fonti dove arriva Mekorot sono anche a 350 metri di profondità, mentre gli agricoltori palestinesi, qualora avessero il permesso, possono arrivare fino a 150 metri.


Uno dei pozzi di Mekorot

Mentre camminiamo incontriamo un pastore beduino con il suo gregge che, grazie alla traduzione di Raed, ci spiega come debba comprare l'acqua per la sua famiglia e il gregge, quando l'unico rivolo di acqua d'estate si prosciuga. Raed è stato un'attivista di Save the Jordan Valley, campagna principalmente finalizzata ad aiutare le famiglie palestinesi a rimanere nella Valle. Certo è dura “ma non ho nessuna intenzione di andarmene, voglio vivere e lavorare qua”. Qui la linea del colore e dell'apartheid si incrociano in maniera lampante con le differenze di classe.

Al villaggio di Frosh Beit Dajan, 1200 abitanti (fino al '67 erano 6 mila) la quasi totalità dei quali impiegati nell'agricoltura e nella pastorizia, ci accoglie Azee, attorno al tavolo ci racconta le difficoltà della cooperativa di agricoltori di cui fa parte. Qui coltivano vite, pomodori e cetrioli in serra, fagioli e altri legumi, ma soprattutto agrumi. Prima dell'arrivo delle colonie coltivavano 2000 dunum, ora appena 300. L'acqua arriva da nove pozzi differenti, quattro dei quali ormai esauriti. Di tanto in tanto gli ispettori israeliani vengono a controllare che i pozzi non superino la profondità consentita. L'acqua è comunque troppa poca per coltivare tutta la terra, così di anno in anno delle colture vengono abbandonate o gli alberi tagliati. Prima dell'arrivo dei coloni l'acqua non mancava, ora le colonie hanno ha disposizione l'87% delle risorse idriche, 9 milioni di metri cubi d'acqua. La speranza è di riuscire, con l'aiuto di un villaggio vicino, di portare una fonte d'acqua naturale fino ai campi.


Una delle fonti d'acqua di superficie quasi del tutto prosciugata"

Azee racconta gli effetti di quella che chiama “l'occupazione più lunga al mondo”. Sharon diceva quando era generale che se non potevano deportare le persone le avrebbero costrette ad andarsene, questo sta accadendo. Ma noi non ce ne vogliamo andare – spiega Azee mentre indica anche i suoi compagni: “vogliamo continuare a vivere e coltivare qui le nostre piante”.

Torniamo indietro e i due ragazzi che ci accompagnano ci chiedono se vogliamo andare al Mar Morto, loro non ci sono mai stati se non da ragazzini. Ritorniamo indietro e andiamo verso il mare, che è confine più che luogo di scambi da queste parti. Proviamo ad avvicinarci con il nostro taxi con targa palestinese ma ci viene fatto presente, da un israeliano che esce dallo stabilimento balneare, che con questa macchina non si può entrare. Proviamo a trovare un altro posto per mettere i piedi nell'acqua ma ci troviamo di fronte le reti che delimitano un campo minato. L'apartheid passa anche per la libertà di farsi un bagno.

Per seguire la delegazione sul web:

www.sci-italia.it

www.acquabenecomune.org

www.dinamopress.it

http://bdsitalia.org/no-mekorot

Hashatag #Water4Palestine

 

 

*****

 

#Water4Palestine, Welcome to Nabi Saleh

 

Tre blindati dell'esercito ci passano affianco, dietro un gruppo di ragazzini lancia pietre sui mezzi militari, dal cui interno parte qualche lacrimogeno. Benvenuti a Nabi Saleh.

La storia di questo villaggio potrebbe iniziare con un C'era un volta un villaggio chiamato Nabi Saleh. I suoi abitanti erano gente pacifica e felice, senza voler strafare tiravano avanti. Gli abitanti erano tutti imparentati tra loro, arrivati secoli fa su questa collina da una terra lontana, si chiamavano tutti Tamimi. La vita tra alti bassi, matrimoni e funerali, nuove nascite e dispiaceri, scorreva. Un giorno arrivarono dei signori arroganti che con i loro sgherri gli tolsero la terra, recintandola. Mentre le piante dei nuovi arrivati crescevano rigogliose sulle ceneri di piante secolari, le terre dei Tamimi si seccavano, si aprivano crepe nella terra diventata arida: assieme alla terra gli avevano rubato anche l'acqua.

Ma questa non è una favola e non è ambientata in una terra e in un tempo lontani lontani. Siamo in Palestina, più precisamente nei territori occupati, a qualche decina di chilometri a nord-ovest di Ramallah. E' vero però che da questa parte si chiamano tutti Tamimi e la loro battaglia è diventata uno dei simboli della resistenza popolare all'occupazione, grazie all'ostinazione di questa grande famiglia che non ha nessuna intenzione di rinunciare ai propri diritti, pagando la propria caparbietà con due giovani uccisi dalle pallottole dell'esercito, Rushdie nel 2012 e Mustafa del 2011, centinaia di arresti e violenze quotidiane.

Tre colline e una strada che passa sotto. Uno di fronte all'altro Nabi Saleh e la colonia di Halamish, poco più in là Deir Nizam, altro villaggio dove tutti si chiamano Tamimi. Dalla cima della collina Mohammad, un giovane attivista del comitato di resistenza, ci mostra dall'alto il motivo di questa battaglia trentennale: dal 1977, quando la colonia è nata, questa si è costantemente allargata, confiscando metro dopo metro le terre agli abitanti di Nabi Saleh, fino ad arrivare nel 2008 alla sorgente d'acqua di Ein Al-Qaws, risorsa indispensabile per i 550 abitanti del villaggio palestinese. “Noi non ce l'abbiamo con gli ebrei in quanto tali – spiega Mohammed, che ha passato diversi mesi a Roma ospite della Città dell'Utopia come volontario – ce l'abbiamo con chi ci non ci permette di vivere una vita normale. Ce l'abbiamo con i sionisti, conosciamo tanti israeliani che vengono qua e lottano con noi contro l'occupazione”.

Ogni venerdì gli abitanti di Nabi Saleh provano ad andare alla fonte d'acqua. Alle volte riescono ad arrivare vicino, finché gli spari e le minacce dei coloni sostenuti dall'esercito non li ricacciano indietro. Altre volte neanche riescono a scendere dalla loro collina. Le pendici di Halamish sono rigogliose e ordinate, sulle ceneri delle piante dei palestinesi bruciate e sradicate dai coloni le nuove culture. Dal versante di Nabi Saleh segni di terreno bruciato ovunque: “sono i lacrimogeni, ce ne lanciano decine, a volte anche centinaia, incendiando tutto comprese le case – spiega Mohammed - vedete? Alcune case hanno le reti alle finestre per evitare che i lacrimogeni incendino tutto”.

Nel salotto della sua casa, tra il tè e il caffè di rito, Naji, il coordinatore del comitato locale, ci racconta la storia del Comitato di lotta popolare di Nabi Saleh. Con la seconda intifada ancora in corso cominciano ad organizzarsi i comitati popolari, le proteste a Nabi Saleh arrivano in ritardo rispetto al resto della Cisgiordania, ma dal 2004 ad oggi è rimasto uno dei più vitali ed ostinati. Naji è stato arrestato durante una manifestazione, scontando un anno e mezzo di carcere, la sua casa è stata crivellata di colpi ma “per fortuna non c'era nessuno”. La forza e la longevità della resistenza in un villaggio di 550 persone l'ha reso uno dei simboli della resistenza, che è possibile seguire sulla pagina facebook Tamimi Press (link) da cui sono tratte anche le immagini che accompagnano questo articolo.

Ein El Kaws è lì da qualche parte, nascosta dalla vegetazione. Anche domani cartelli e bandiere in mano dalla collina di Nabi Saleh proveranno a raggiungerla. Forse arriveranno lacrimogeni e spari, forse voleranno pietre. Intanto l'acqua manca, e i soldati, nelle quotidiane perlustrazioni condite da provocazioni e prepotenze, non mancano di sparare alle cisterne sulle case.

Per seguire la delegazione sul web:

www.sci-italia.it

www.acquabenecomune.or

www.dinamopress.it

http://bdsitalia.org/no-mekorot

Hashatag: #water4palestine

 

Water4Palestine_NabiSaleh1

Water4Palestine_NabiSaleh2

 

*****

 

#Water4Palestine, l'acqua c'è ma non per tutti


Nuovo resoconto dalla delegazione del Servizio Civile Internazionale e del Forum italiano dell'acqua, accompagnata anche da DINAMOpress, in viaggio per i territori occupati.
Sono quasi cinque mesi che non piove in West Bank. Ma non è per questo che nelle case e nei villaggi palestinesi non c'è acqua. Il problema è l'apartheid che trasforma l'accesso all'acqua da un diritto umano inalienabile in uno strumento di oppressione e ricatto.

Per questo motivo sono diverse le realtà palestinesi che si occupano proprio di acqua: associazioni ambientaliste, ong, centri di studio. Un patrimonio di saperi, ricerche e pratiche che stiamo incontrando in questi giorni per rendere stabili e proficue le relazioni tra i movimenti per i beni comuni in Italia, a partire dalla contestazione dell'accordo tra Mekorot (l'azienda israeliana che si occupa delle risorse idriche) e la ex-municipalizzata dell'acqua romana Acea.

Negli uffici del Pengon (Palestinian Environmental NGOs Network) a Ramallah, un coordinamento di 17 organizzazioni che si occupa di ricerche sulle questioni ambientali e tra gli animatori della campagna contro le politiche di Mekorot, al servizio dei programmi di occupazione e che fa profitti rivendendo a condizioni svantaggiate l'acqua alla popolazione palestinese. Addirittura in alcune zone le famiglie palestinesi devono pagare preventivamente, tramite delle carte prepagate, l'acqua che consumeranno. Israele controlla l'83% dell'acqua nei territori occupati, garantendosi il controllo delle principali falde acquifere, dirottandola chiaramente verso le colonie israeliane garantendo il loro sviluppo prima di tutto agricolo. Il regime di occupazione fa il resto: divieto di scavare i pozzi oltre una certa profondità e allacciarsi alla rete idrica per molti villaggi. Se Ramallah dipende per il 70% da Mekorot, il 40% delle comunità nel South Hebron Hills non hanno invece accesso all'acqua, il 70% delle comunità non ha impianti di depurazione per l'acqua raccolta o per quella proveniente dai pozzi.
Se l'Organizzazione mondiale della sanità prevede 100 litri al giorno procapite, nei territori spesso si arriva a mala pena a 10 litri. Una violazione di almeno una decina di convenzioni internazionali per i diritti umani per cui Israele, ça va sans dire, non subisce nessuna sanzione. Ancora peggiore la condizione a Gaza, dove il 90% dell'acqua non è potabile e i programmi di desalinizzazione dal mare, a causa di difficoltà tecniche, rischiano di essere controproducenti. Al pari della rete elettrica durante i 51 giorni di bombardamenti di Margine Protettivo, nel mirino dell'esercito israeliano sono finite anche le infrastrutture idriche, contribuendo al collasso umanitario nella Striscia. Minare la possibilità stessa della presenza palestinese in ampie zone dei territori occupati, per costringere la popolazione in enclave potenzialmente sigillabili, è l'obiettivo della governance israeliana: altrimenti come giustificare la distruzione di 173 strutture per la raccolta dell'acqua, molte delle quali secolari, realizzata solo tra il 2009 e il 2011?

A Betlemme ha sede Arij (Applied Research Institute – Jerusalem), centro studi che oltre a produrre analisi e ricerche, prova a mettere in pratica e sperimentare soluzioni concrete per la vita nei territori e la tutela dell'ambiente. Dall'incontro con i ricercatori ci è stato chiaro come l'occupazione e gli insediamenti stiano radicalmente modificando, forse in maniera irreversibile, la morfologia e gli equilibri naturali del territorio, a cominciare dalle risorse idriche. La deviazione e lo sfruttamento del fiume Giordano (unica fonte d'acqua di superficie) ha portato al prosciugarsi del lago di Hula, stessa sorte a cui sembra destinato il lago Tiberiade. Nel frattempo, con il finanziamento della Banca Mondiale, Israele, in concerto con la Giordania e la stessa Autorità palestinese ha in programma il faraonico progetto di riversare l'acqua del Mar Rosso nel Mar Morto, così da garantire il drenaggio dell'acqua e al contempo garantire il turismo. Prosciugare i fiumi per far fiorire il deserto, nuove terre fertili per gli insediamenti al costo della distruzione di un ecosistema e della trasformazione radicale della geografia umana e naturale di un'intera regione.

Jeb Al Theeb è un piccolo villaggio ad una mezz'ora di macchina da Betlemme. Qui il tempo non si è fermato, è tornato indietro a causa dell'occupazione. Ad accoglierci un gruppo di donne che racconta cosa vuol dire vivere qui. Mentre arriviamo abbiamo visto i pali della luce abbattuti: gli abitanti avevano provato nottetempo a tirare su la rete elettrica, ma l'esercito non era dello stesso avviso “non avevamo il permesso e questa è Area C, qui ogni cosa deve essere autorizzata, per loro le nostre stesse case sono abusive”. Così il villaggio ha solo un paio d'ore al giorno di elettricità garantite da un piccolo generatore, con le ovvie conseguenze sulla vita materiale e la possibilità di sviluppo economico. A Jeb Al Theeb poi l'acqua non arriva proprio: il rubinetto di Mekorot è nelle mani dei coloni. Mentre qui l'acqua non c'è a poche centinaia di metri una lussureggiante e fertile fattoria, nella colonia di Sde Bar. In mezzo gli olivi dei palestinesi (nella foto), dove però non possono arrivare. A circondare Jeb Al Theeb Nokdim, la colonia casa del ministro degli Esteri e leader del partito di destra Israel Beytenu, Avigdor Lieberman, poi Tekoa e Kfar Eldad. Sopra Jeb Al Theeb svetta Herodion una dei più importanti siti archeologici della Palestina, sfruttata esclusivamente da Israele e off limits per i palestinesi, ad aspettarli un check point e una piccola base militare.

Per seguire la delegazione sul web:

www.sci-italia.it

www.acquabenecomune.org

www.dinamopress.it

http://bdsitalia.org/no-mekorot

Hashatag #Water4Palestine

Palestina_4

Palestina_5

 

*****

 

Water4Palestine, At-Tuwani la fame di terra e la sete dell'assedio

di #Water4Palestine

La prima tappa della delegazione del Servizio Civile Internazionale e del Forum italiano dell'acqua, accompagnata anche da DINAMOpress, in viaggio per il South Hebron Hills.
Muovendoci verso sud, a ridosso del deserto del Negev e al limite della West Bank, la vegetazione si fa più rada. Arbusti e boschetti lasciano il posto a sassi e cespugli, gli olivi si fanno sempre più bassi, come se fossero schiacciati da una gravità lunare, con i rami appesantiti da olive grandi e quasi mature (“è stata un'estate umida”, ci dicono).
A queste latitudini si impara presto a riconoscere la geografia striata dell'occupazione, a destreggiarsi tra zona a, b e c. Distinguere le colonie, con le loro case geometricamente ammassate l'una all'altra, e gli avamposti con i loro prefabbricati bianchi circondati da reti e filo spinato. Strade di serie a e serie b, deviazioni, blocchi, divieti, muri, torrette. La geografia umana e fisica dell'occupazione che disegna status giuridici diversi ogni pochi chilometri, se non quando centinaia di metri.
At-Tuwani è un villaggio palestinese di agricoltori e pastori. Trecentocinquanta famiglie assediate, come gli altri villaggi della South Hebron Hills, dalle colonie di Ma'On, Carmel e Susya, illegali per le risoluzioni internazionali ma riconosciuti da Israele, e dagli avamposti illegali per la stessa legge israeliana, ma più che tollerati dalle istituzioni.
La storia degli ultimi vent'anni del villaggio è indissolubilmente legata alla nascita e alle conquiste della resistenza non violenta e dei comitati popolari. Ad accoglierci Hafez, occhi nervosi in contrasto con una voce chiara e calma, coordinatore del comitato di At-Tuwani. Gli chiediamo subito di raccontarci della lotta per l'accesso alle risorse (non è in fondo per questo che siamo venuti?). Con una proverbiale calma araba ci mette a sedere “bisogna capire il contesto”, spiega paziente.
Fino agli anni '70, dopo lo shock della guerra del '67 questi remoti villaggi palestinesi avevano vissuto una situazione di relativa quiete. La fame di terra di Israele li metterà invece al centro di una trentennale storia di scontri con le autorità militari, politiche e giudiziarie, oltre che con il potere “di fatto” dei coloni. Negli anni '80 decine di chilometri quadrati, contenenti 15 villaggi, vengono dichiarati zona di esercitazione militare, contrassegnata dal numero 918. Arrivano poi le prime colonie e con loro la strada 317, confine dietro al quale le autorità israeliane dell'occupazione provano da vent'anni a ricacciare la popolazione palestinese. Nel 1999 poi una piccola nakba: l'esercito decide di far diventare operativa la zona 918, i villaggi palestinesi vengono evacuati e decine di case abbattute, a At-Tuwani si riversano centinaia di persone dai dintorni. Assieme a un'ondata di violenza dei coloni nasce anche la resistenza popolare.
Hafez racconta allora di come la resistenza da queste parti segna una vittoria: l'affermazione stessa di esistere da parte di questa comunità e di lottare con efficacia per i propri diritti. Ci si comincia ad organizzare per resistere agli espropri, le case abbattute vengono ricostruite con tenacia. Con l'aiuto dell'opposizione israeliana (“all'inizio abbiamo avuto tanti problemi con la popolazione, erano tutti diffidenti, per noi gli israeliani erano solo coloni e soldati fino ad allora”) si organizzano le battaglie legali e le azioni dirette. Prima si ottiene di poter rientrare nei villaggi evacuati, poi l'inserimento di At-Tuwani nel piano regolatore e con questo il diritto a rimanere, a resistere. Lungo la strada 317 correvano 41 chilometri di muro che, alla tenacia dell'azione diretta della popolazione e degli attivisti israeliani e internazionali, accompagnata dall'azione legale, Israele è stata costretta ad abbattere. La prima porzione del muro dell'apartheid è dichiarato illegale nel 2006.
Determinante il ruolo delle donne, per la maggior parte analfabeta in questa zona, che hanno trovato nell'organizzazione della resistenza popolare un ruolo da protagoniste e di emancipazione. La madre di Hafez, che qua tutti chiamano con affetto “nonna”, una notte è stata picchiata durante un'incursione dei coloni e dell'esercito. E' stata lei a convincere il figlio a non meditare una vendetta che l'avrebbe seppellito in un carcere israeliano: “dobbiamo trovare un'altra strada”, gli ha detto.
A pochi chilometri da At-Tuwani il villaggio di Al Muffakara. Fuori dal piano regolatore a questa piccola comunità di pastori vengono abbattute regolarmente le case, di cui ancora si trovano le macerie a terra affianco alle case nuove tirate su alla meglio. Il lavoro dei comitati popolari è proprio quello di arrivare a tutelare tutti i villaggi della South Hebron Hills. Anche qua si scava la roccia per arrivare all'acqua, nuovi pozzi mentre l'acqua passa per i tubi di Mekorot, distribuita lungo i confini mobili dell'occupazione.

 

Per seguire la delegazione sul web:

www.sci-italia.it

www.acquabenecomune.org

www.dinamopress.it

http://bdsitalia.org/no-mekorot

Hashatag #Water4Palestine

 

Palestina_1

Palestina_2

Palestina_3

 

*****

 

Comunicato stampa del 05 Settembre 2014

Palestina: l'acqua è un bene comune

Da oggi prende il via il viaggio in Palestina e Israele della delegazione incentrata sulla tematica dell'acqua nell'ambito del progetto Beyond Walls (www.beyondwalls.net) del Servizio Civile Internazionale, in partenariato con i Comitati palestinesi di resistenza nonviolenta (PSCC) e l'associazione israeliana ActiveVision. La delegazione si compone di attivisti/e del Forum italiano dei Movimenti per l'acqua Bene Comune e della campagna contro l'accordo tra l’ACEA di Roma e la società idrica nazionale israeliana Mekorot. Nei prossimi giorni incontreremo esponenti della società civile israeliana e palestinese per denunciare e documentare il ruolo giocato dal controllo delle risorse idriche nelle politiche israeliane di occupazione e apartheid, per ribadire che l'acqua è un bene comune e l'accesso a questa deve essere garantito a tutti e tutte.
Arriviamo quando ancora si percepiscono, e così sarà per anni, gli effetti drammatici dell'operazione "Margine Protettivo" contro la popolazione di Gaza che ha confermato la volontà di Israele di non modificare lo status della Striscia, continuando a gestirla come una prigione a cielo aperto. Intanto nell'altro spicchio dei Territori Palestinesi, in Cisgiordania, Israele continua a costruire insediamenti contro ogni risoluzione internazionale e a portare avanti le più becere politiche di apartheid. Per questo, lungo il nostro viaggio, porteremo la solidarietà alla resistenza della società civile palestinese e agli attivisti israeliani impegnati contro l'occupazione, punteremo a rafforzare i rapporti con i movimenti di resistenza, denunceremo e riporteremo tutto quello che saremo in grado di testimoniare durante i giorni che passeremo in Cisgiordania ed Israele.

Per seguire la delegazione sul web:

www.sci-italia.it

www.acquabenecomune.org

www.dinamopress.it

http://bdsitalia.org/no-mekorot

 

Hashatag: #Water4Palestine

 

Contatti telefonici: 334 3358006334 3358006 ; 06 558066106 5580661 

 
Guerra dell’acqua a Detroit: 12 mila distacchi in pochi mesi
acqua-detroitDetroit è oggi più di ogni altra, la città simbolo dell’insostenibilità del modello economico capitalista, della filosofia usa e getta che si applica implacabilmente agli oggetti, agli esseri umani, alle comunità e perfino alle metropoli.
All’inizio degli anni sessanta la città contava poco meno di due milioni di abitanti ed era il simbolo del progresso ed epicentro dell’industria automobilistica americana che sembrava destinata ad assicurare ai suoi abitanti un’eterna prosperità.
Leggi tutto...
 
Atene e Salonicco, stop a privatizzazione acqua

salonicco_logoIl Presidente dell'Eurozona e il Ministro delle Finanze Olandese Dijsselbloem subiscono una schiacciante sconfitta nella saga greca

La privatizzazione delle società idriche greche di Atene e Salonicco è stata congelata. Questa la notizia riportata oggi all'Assemblea Generale della società idrica di Tessalonica (EYATH). I rappresentanti dei lavoratori hanno accolto entusiasticamente il rapporto che considera il processo di privatizzazione in corso per la società pubblica in esplicito contrasto con una decisione del Consiglio di Stato che aveva decretato come illegale la privatizzazione della società idrica di Atene prevista dal governo greco e attesa come benvenuta dal Presidente dell'Eurozona e Ministro delle finanze Olandese Dijsselbloem. I lavoratori, il sindacato e una vasta coalizione di movimenti avevano già organizzato con successo un referendum in cui il 98% dei voti di quasi 220.000 cittadini si era espresso per il NO alla privatizzazione il 18 maggio 2014.
Leggi tutto...
 
Cala per sempre il sipario sulle cinque dighe in Patagonia

Patagonia_senza_digheArticolo di Caterina Amicucci www.dalbasso.net

HYDROAYSEN GAME OVER

SIPARIO SULLE CINQUE DIGHE IN PATAGONIA

#chaohidroaysen e #patagoniasinrepersas sono stati gli hashtag che hanno segnato sin dalle prime ore della mattina, la giornata di oggi in Cile. Il comitato del governo Bachelet formato dai Ministri della Salute, dell’Energia, delle attività mineraria e dell’agricoltura presieduto dal Ministro dell’Ambiente Paolo Badenier, hanno votato all’unanimità la revoca della licenza ambientale di Hidroaysen,  il megaprogetto idroelettrico che prevedava la costruzione di 5 dighe sui fiumi Baker e Pascua nella Patagonia Cilena ed una linea di trasmissione di 2500 Km per portare l’elettricità alle miniere del nord del paese.  Proprio quella valutazione di impatto ambientale la cui approvazione aveva scatenato, nel 2011,  le dure proteste di piazza che a Santiago erano poi sfociate nel movimento studentesco.

Leggi tutto...
 
Referendum per l'acqua in Grecia
salonicco_logo
A Salonicco 213 mila no alla privatizzazione dell’acqua

Dimopsifisma significa referendum in greco. Lo strumento di partecipazione popolare per eccellenza che sembra essere, allo stesso tempo,  vuoto e carico di significato nel paese che ha inventato la democrazia. In Grecia infatti l’indizione di un referendum deve essere approvata dal parlamento, misura che lo priva di fatto di senso politico. Nella giovane storia della Grecia contemporanea il popolo è stato consultato direttamente una sola volta, al termine della dittatura dei colonnelli, nel 1973 per approvare la nuova costituzione repubblicana che ha abolito la monarchia. Ma la proposta di un altro referendum, mai realizzato, ha segnato profondamente la recente storia della crisi greca. Era il 31 ottobre del 2011 quando il primo ministro del Pasok, George Papandreu, di fronte alle enormi mobilitazioni sociali, annunciava di voler l’approvazione popolare al piano di salvataggio  di 172 miliardi di euro appena varato a Bruxelles. Un articolo del Financial Times ricostruisce come tre giorni dopo, al G8 di Cannes, la Grecia fu commissariata dall’asse franco-tedesco ed il premier greco immediatamente sostituito da Lucas Papademos ex vice-presidente della Banca Centrale Europea. Negli stessi giorni in Italia si insediava il governo Monti.
Leggi tutto...
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 5